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La solennità del triduo Pasquale

“Centro di tutto l’anno liturgico è il Triduo del Signore crocifisso, sepolto e risorto” e “dalla Pasqua scaturiscono tutti i giorni santi”, così l’annuncio del giorno di Pasqua che si proclama nella solennità dell’Epifania descrive con chiarezza e solennità i giorni santi ormai prossimi. Questa capitale importanza nella vita liturgica della Chiesa viene espressa e vissuta attraverso la peculiarità dei riti che celebra in quei giorni.


Il Triduo pasquale, come dice la parola stessa, è un tempo composto da tre giorni che celebrano la Pasqua: venerdì, sabato e domenica. Questi giorni sono però da considerare secondo il computo antico della giornata per il quale essa va da vespro a vespro. Ecco perché ne fa pienamente parte anche la serata che per noi sarebbe ancora di giovedì. Questo sistema è rimasto in vigore anche per la domenica e le solennità che infatti hanno i Primi e i Secondi Vespri: un giorno allungato che prefigura la “Domenica senza tramonto” (Prefazio delle Domeniche del Tempo Ordinario X).

Nell’antichità cristiana la veglia alla domenica era un momento importante perché la domenica era il giorno della celebrazione dell’Eucaristia, un giorno atteso lungo tutta la settimana e atteso stando svegli. Era un modo di vivere la liturgia lontano anni luce dal nostro ma è quello vero! Nel senso più ampio del suo significato, possiamo dunque racchiudere nel Triduo pasquale tutto il tempo che va dai Vespri del giovedì santo ai secondi Vespri della domenica di Pasqua. In questa estensione, oltre alle tre celebrazioni della Cena del Signore, della Passione e della Veglia pasquale vengono comprese anche la Liturgia delle Ore e tutte le devozioni e pie pratiche che si svolgono in questo arco di tempo.

In senso stretto, invece, il Triduo pasquale è una e unica solenne celebrazione che si attua in tre momenti diversi: la cena del Signore, l’azione liturgica della morte del Signore e la celebrazione della risurrezione del Signore. I tre momenti hanno la medesima solennità e sono i più solenni di tutto l’anno liturgico. Il venerdì santo, però, tale solennità si manifesta in modo del tutto particolare con l’apparente assenza totale di solennità. Tuttavia, è proprio l’unicità rituale di questo giorno che lo rende a modo suo solenne e, anche solo vedendo la chiesa completamente spoglia come non mai, si percepisce che sta accadendo qualcosa di straordinario.

Scopriamo così il vero significato della solennità che troppo spesso confondiamo con il semplice aumento di luci e colori che soddisfa un bisogno di impatti emotivi immediati ma questo non è che l’inizio del percorso mistico in cui la liturgia conduce per mano ogni fedele. Percorrendo il magistero della Chiesa dalla Sacrosanctum concilium in poi, non è difficile cogliere come una celebrazione solenne è semplicemente una celebrazione completa, dove ognuno è presente e svolge il suo ministero e ogni rito è compiuto secondo le sue regole e il suo senso profondo. Potremmo dire che non è la quantità di oro che fa la solennità ma quanto esso fa risplendere dei misteri celebrati.

Questi giorni, con un gioco continuo di manifestazione e nascondimento della solennità visiva, esprimono in modi diversi la solennità del mistero pasquale. Profondamente uniti sono i momenti del Triduo pasquale perché profondamente uniti sono i momenti del mistero pasquale vissuto da Gesù. Ci sono anche altri simboli all’interno della liturgia che esprimono questa unità. Anzitutto l’altare: esso è un piano sempre ricoperto dalla tovaglia come la tavola dell’ultima cena, dovrebbe essere di pietra come il sepolcro e sopra di esso o in prossimità di esso sta la croce come se fosse il monte Calvario. Ecco perché l’altare è simbolo di Cristo stesso e viene baciato dal sacerdote all’inizio e alla fine della Messa, incensato per ben due volte e anche fuori dalla celebrazione non dovrebbe mai diventare un semplice supporto per ammennicoli vari che nulla hanno a che vedere con questa profonda dignità.

Giotto Crocifissione

L’altro simbolo è l’uso frequentissimo di caratterizzare in modo preciso la croce liturgica attraverso l’apposizione di una raggiera all’incrocio dei suoi bracci oppure dietro la testa del crocifisso. Nel momento stesso in cui Gesù muore sulla croce si inaugura (cfr. l’Orazione dell’azione liturgica del Venerdì Santo) la pasqua di resurrezione. I tre momenti del Triduo pasquale sono messi in connessione perché tra di essi non ci sono cesure liturgiche ma un silenzio che chiude la Messa della cena del Signore e apre e chiude la celebrazione del venerdì santo e aprirà anche la veglia pasquale: un silenzio che è rito come la pausa è musica. Nella liturgia episcopale c’è un altro segno dell’estensione delle singole esperienze liturgiche a tutto il resto della giornata: il Vescovo lungo tutto il giorno del venerdì santo non porta l’anello.

La liturgia è davvero la “forma che da forma” (Incontriamo Gesù, 17) a tutta la nostra vita e in questi giorno possiamo sperimentarlo in modo unico e particolare, in modo vero, cioè solenne.


Don Emanuele Borserini, cerimoniere vescovile della diocesi di Massa Carrara Pontremoli

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Via Roma, 27

54035 Fosdinovo (MS) Italy

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